La vegetariana

Il dolore ci trasforma, si accumula in mezzo al petto e produce in noi delle reazioni che ci portano sempre a cambiare pelle come i serpenti.

La vegetariana” della scrittrice coreana Han Kang è un romanzo onirico, a tratti surreale, immensamente triste e spietato. C’è chi leggendo il titolo immaginerà banale la storia di Yeong-hye, che di punto in bianco, decide di non voler mangiare più la carne, soprattutto in questo periodo in cui sembra sempre più di moda seguire una dieta alimentare “senza” qualcosa. Yeong-hye, però non segue una moda, ma ha fatto un sogno terribile, un sogno devastante, fatto di sangue, dolore e violenza, il dolore le si è raggomitolato in mezzo al petto ed è così invadente che quasi le blocca il respiro: per questo capisce che l’unica soluzione è quella di non mangiare più carne.

Il romanzo, che è stato tradotto in nove lingue, suscitando l’interesse della critica mondiale, è diviso in tre parti, in cui la protagonista viene osservata e raccontata attraverso lo sguardo del marito, del cognato e della sorella. Yeong-hye, in realtà, sembra essere solo un mezzo attraverso cui le tre voci, con un flusso di pensieri continuo, analizzeranno di riflesso l’impatto che i suoi comportamenti hanno sulla loro stessa vita.

Nel primo capitolo riservato allo sguardo insensibile del marito di Yeong-hye si percepisce l’indifferenza: quella di un uomo vuoto, che non la ama, non la difende e non si prende cura di lei, ma anche l’indifferenza dei familiari della donna, più preoccupati alle apparenze che al benessere della protagonista. La donna si ritrova così circondata da anime affamate di egocentrica ossessione per l’apparenza e poco preoccupate a capire la natura del suo rifiuto categorico che la porterà a tentare il suicidio dopo essere stata obbligata a mangiare un pezzo di carne.

Nel capitolo riservato al cognato si percepisce invece una sorta di desiderio di possesso. Yeong-hye si sta lentamente trasformando in un fiore gracile e delicato, facile da manipolare ed è proprio attraverso questa debolezza della coscienza che la perversione dell’uomo attratto dalla sua macchia mongolica, troverà uno spiraglio per approfittarsi di questo essere debole. Un essere vivente a metà tra sogno e realtà, né animale, né vegetale, un ibrido che sta cercando di anestetizzarsi dal mondo intero per ritagliarsi un angolo di pace: un fiore violato da una raffica di vento.

Nel capitolo conclusivo lo sguardo è invece quello della sorella maggiore, che al contrario di tutti gli altri si addentra nelle pieghe dell’anima della protagonista. Ripercorre così l’infanzia triste scandita dalla violenza di un padre reduce di guerra e tutti gli episodi chiave che hanno contribuito alla trasformazione della sorella in un vero e proprio vegetale. Vengono a galla i ricordi, si scopre il dolore simbiotico che unisce le due donne, l’infanzia difficile e quel mal di vivere che ha spinto Yeong-hye a cibarsi alla fine non più di piante, ma come una pianta.

La protagonista che ha sempre vissuto sullo sfondo delle vite altrui come un’anonima pianta d’appartamento, col suo gesto ribelle si impegna a compiere una metamorfosi e divenire realmente pianta, ancorando le sue stesse radici nel terreno bagnato e necessitando solo più di acqua e sole: diventando pianta Yeong-hye si riappropria di quella libertà che le è sempre stata negata.

Questa metamorfosi sfocia dunque in un silenzioso e drastico allontanamento dall’egemonia maschile che ha scandito gli attimi della sua vita, in fondo solo la sorella riesce finalmente a comprendere il coraggioso gesto della protagonista. La sua è una lotta silenziosa, una scelta drastica e ribelle che persegue fieramente fino al rifiuto totale di cibo. Da docile e timida donna sottomessa, quella stessa donna silenziosa e anonima che il marito sceglie perché può sottomettere senza problemi, e su cui il padre ha sempre riversato violenza e autoritarismo militare, Yeong-hye si spoglia lentamente del suo dolore, dei suoi ricordi, della sua stessa vita e sceglie la pacifica e forte esistenza del mondo vegetale. Il suo è in fondo un combattimento pacifico e silenzioso che pone l’accento su una triste affermazione:

“Perché, è così terribile morire?”

La morte diviene così un atto estremo di liberazione dal dolore accumulato nel corso di una vita spesa ad assecondare i voleri degli altri. Scegliendo di morire riprende in mano la sua vita.

Questo romanzo graffia l’anima per la sue delicata crudeltà, ci entra dentro come un fiume in piena e squarcia i pensieri mettendoci infine di fronte ai nostri stessi dolori. La dolce metamorfosi di questa Dafne orientale che sfugge ai suoi fantasmi trasformandosi in albero supera le aspettative ovidiane di immortalità.

 

  HAN KANG, “LA VEGETARIANA”, ADELPHI EDIZIONI, 2017
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