Edith Södergran, vestale della poesia femminista

Della letteratura svedese c’è ancora molto da scoprire, pertanto avere la possibilità di poter leggere in traduzione italiana diversi componimenti di Edith Södergran è stata una vera gioia.
Leggendo “Notturno ed altre poesie”, raccolta curata da Bruno Argenziano per Mauro Pagliai Editore, si entra in stretto contatto con un’anima moderna dai contorni semplici e puliti: attraverso la purezza dei suoi versi, la Södergran riusciva infatti a dare forma a tutti quei sogni e quei sentimenti contrastanti che si celano da sempre dietro ogni donna.

Nata a San Pietroburgo nel 1892, ma trasferitasi presto a Raivola, un delizioso villaggio finlandese, privilegiò lo studio delle lingue moderne come francese, inglese, tedesco, russo e ovviamente svedese, con cui compose la maggior parte dei suoi versi. La sua poetica era visionaria, femminile e femminista, capace di instaurare un nuovo tipo di linguaggio rappresentativo che rivoluzionò i mezzi espressivi della poesia svedese inaugurando così la letteratura “modernista” nord europea.
Come scrisse lei stessa nella nota introduttiva alla raccolta del 1918 “La lira di settembre”:

Che il mio poetare sia poesia nessuno può negarlo, che siano versi non lo pretendo di certo.
Ho cercato di imprimere un ritmo a certe recalcitranti poesie e mi sono in tal modo resa conto che possiedo la forza della parola e dell’immagine solo in piena libertà e cioè a spese del verso.
Le mie poesie vanno prese come dei rabberciati appunti. Quanto al contenuto lascio che il mio istinto costruisca quanto il mio intelletto vigile osserva. La mia sicurezza dipende dal fatto che ho scoperto le mie dimensioni. Non mi si addice farmi minore di quanto sia.

In queste poche righe la Södergran riassume tutta la sua potenza artistica, vi è in lei un recalcitrante impulso alla libertà di verso, di parola, di espressione. Nelle sue parole non si nega la sua femminilità, ma al contrario il fatto di essere donna diviene punto di forza e stendardo di unicità; con l’affermazione “ho scoperto le mie dimensioni” mette inoltre in luce tutta la sua energia creativa e feconda di una mente geniale capace di prendersi il merito che le spetta.

Il suo poetare era infatti caratterizzato da un verso libero, senza rime e schemi precisi, capace di mettere su carta le impressioni più profonde, in cui l’io poetico parla direttamente al cuore. Con lei nasce la “nuova donna” il cui misticismo si avvicina al pensiero di Jung e all’estetica espressionista di Kandinsky, con le parole dipinge la bellezza, i sentimenti e i dolori dell’animo femminile, senza pietà e senza vergogna mette a nudo la sua anima e sprona chi legge a prendere in mano i fili della propria vita. Alcune sue poesie sembrano avere un’impronta femminista, molte infatti sono dedicate alle donne ed alla volontà di crearsi una propria identità, come in “Vierge moderne in cui sono ben evidenti i propositi di individualismo culturale che porta la donna ad essere pari all’uomo:

Non sono una donna. Io sono una cosa neutra.
Sono un bambino, un paggio e una decisione ardita,
sono un ridente strazio di un sole scarlatto…
Sono una rete per tutti i voraci pesci,
sono un brindisi all’onore di tutte le donne,
sono un passo verso il caso e la perdizione,
sono un salto nella libertà e nel sé…
Sono il bisbiglio del sangue all’orecchio dell’uomo,
sono un brivido dell’anima, e della carne, brama e diniego,
sono un’insegna d’accesso a nuovi paradisi.
Sono una fiamma, incerta e audace,
sono un’acqua che non si spinge oltre le ginocchia,
sono fuoco e acqua in leale rapporto senza condizioni…

La rappresentazione della “nuova donna” si evolve e si trasforma nel corso degli anni, il piccolo seme piantato in gioventù mette radici e cresce fino a dare vita ad un’attitudine rinforzata di libertà. Essere donna per lei significava esistere indipendentemente dalla presenza di una figura maschile, ciò che predicava era una libertà intellettuale che richiamava le lotte femministe per l’uguaglianza.

Ogni suo componimento è un piccolo gioiello di parole e sospiri che percuote gli spiriti inquieti, con la raccolta “L’altare di rose” del 1919 introdusse un nuovo io poetico e divenne vestale di una nuova religione: una religione ancora addormentata, ma al contempo divulgatrice di bellezza. Con il componimento che dà il titolo a questa raccolta, la Södergran dichiara infatti di dedicare la sua vita al culto della bellezza e dell’istante :

Mi separo da voi,
perché valgo più di voi.

Nella penombra
sono la vestale
iniziata custode
del fuoco avvenire.
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Mi presento a voi
con un lieto messaggio:
Il regno di Dio inizia.

Non il fatiscente impero
di Cristo,
no, più alte, luminose
forme umane
accedono all’altare,
offrendo la loro gratitudine
dal sovrannaturale profumo,
inebriante.

Sta lì l’altare –
come un sospiro dal petto di Dio –
copritelo di rose
in modo che solo si veda una montagna di bellezza.
Con grazia poi
si siederà lì lo spirito del momento
facendo col fragile calice d’oro
il brindisi del momento.

Vi è in questi versi quasi un richiamo al culto di Afrodite, in quelle rose deposte sull’altare della religione futura si percepisce il canto lontano intonato da Saffo e le sue allieve: «Afrodite immortale, dal trono fiorito,/figlia di Zeus, che trami gli inganni – ti supplico -/ non dannare il mio cuore con angosce e dolori,/ signora immortale.» [Saffo, Inno ad Afrodite , frammento 1].

Al di là del mar Egeo, su verso il gelido nord Europa, in un secolo in cui si guarda solo al futuro, una vestale moderna, canta nuovamente la bellezza proclamandola religione futura. Ed è qui che si racchiude la meravigliosa potenza della Södergran: in una moderna isola di Lesbo dal clima rigido e poco incline all fioritura, ecco che una giovane donna consegna la propria vita nelle mani di una “nuova divinità” dall’energia saffica. In La statua della bellezza, si può notare come l’io poetico divenga infine sacerdotessa di una volontà superiore anche alla libertà:

Ho visto la bellezza.
Così ha voluto il destino! Ecco tutto.
Come ringraziare per tanto?
Fresche rose spargo tutti i giorni
colte con mani cocenti
davanti alla tua statua
perché il tuo sorriso sopra vi riposi.
Dove prendere le rose
che non profanino i miei sogni?
È la mia sorte –
recare tutti i giorni rose alla mia regina
e prostrarsi in singhiozzi ai suoi piedi…
Quando devo alzarmi lieve come piuma
e prendere la rosa, l’unica, che mai appassisce.

Da tempo malata di tubercolosi, cominciò piano piano ad appassire, le sue ultime poesie, quelle che la madre salvò dal fuoco in cui lei stessa le aveva gettate in un momento di sconforto, si avvicinano alla morte con un grido soffocato: vi è nella fine una speranza di riconoscimento postumo. Come si più notare in Arrivo all’Ade, l’autrice si scrolla di dosso la vita e cede alle lusinghe della morte, depone la speranza di una gloria vivente e attende la pace della memoria:

Vedi qui è la riva dell’eternità,
qui scorre il mormorio dell’acqua,
e la morte suona tra gli arbusti
sempre la stessa monotona melodia.

Morte, perché questo tuo tacere?
Noi siam venuti da lontano
e pendiamo dalle tue labbra,
mai abbiamo avuto una balia
che sapesse cantare come te.

La ghirlanda che mai adornò la mia fronte
depongo in silenzio ai tuoi piedi.
Tu mi mostrerai una terra meravigliosa
dove le palme si levano alte,
e dove tra i filari di colonne
le onde del rimpianto si muovono.

Edith Södergran si spense il 24 giugno del 1924, all’età 31 anni, una vita dedicata al suono delle parole, alla bellezza dei versi e alla profondità dei sentimenti racchiusi in un sospiro. Una vita troppo breve per un talento così luminoso che merita di essere riscoperto e ammirato.

 

 

Edith Södergran, “Notturno e altre poesie” a cura di B. Argenziano, Mauro Pagliai Editore, 2009