Il sogno della macchina da cucire

C’erano una volta le sartine a giornata, donne capaci di confezionare abiti su misura e biancheria meravigliosamente ricamata, le famiglie abbastanza abbienti da potersi permettere il loro servizio aveva spesso in casa una stanza luminosa e pulita il cui cuore pulsante era una macchina da cucire; in questo luogo abitato quasi esclusivamente da presenze femminili si imbastivano orli, si disegnavano modelli e oltre a creare l’abito dei propri sogni si sussurravano sogni, speranze e confidenze.

In “Il sogno della macchina da cucire” Bianca Pitzorno, ci concede il privilegio di sbirciare in queste stanze intime in cui tra bottoni e rammendi, una giovane sartina nata a fine Ottocento ci racconta la sua favola moderna verso l’indipendenza economica e sentimentale. La incontriamo bambina mentre apprende il mestiere di sarta osservando amorevolmente le abili mani della nonna, impara da sola a leggere e scrivere, si appassiona alla lettura, ama l’opera e le arie di Puccini, ma soprattutto si guadagna da vivere attraverso il lavoro sartoriale. La sua paga è modesta, ma sufficiente per vivere dignitosamente, mantenersi un alloggio di due stanze tutta per sé in cui vivere e lavorare, senza mai abbassare la guardia o cedere alle lusinghe maschili. La nostra sartina ci racconta così, con l’ingenuità di una fanciulla semplice e di umili origini, un variegato gineceo composto da donne straordinarie, perfide, indipendenti o rassegnate, archetipi di una società in piena evoluzione.

Incontriamo così la marchesina Ester, che cavalca all’amazzone, studia meccanica e le lingue, si innamora follemente, ma non dimentica il rispetto per se stessa. Ester è una donna moderna, la “fata buona” che aiuta e consiglia la nostra protagonista nei momenti di sconforto, simbolo di una sorellanza che oltrepassa il ceto sociale. Vi è poi la storia di Miss Lily Rose, la giornalista americana che crede nei diritti delle donne, e sarà per la sartina un esempio di forza e coraggio, insegnandole l’importanza di non dipendere mai da nessuno, mai.

“Ascoltami” disse gravemente miss Lily Rose.
“Sei giovane, e ti può capitare di innamorarti. Ma non permettere mai che un uomo ti manchi di rispetto, che ti impedisca di fare quello che ti sembra giusto e necessario, quello che ti piace. La verità è tua, tua, ricordatelo. Non hai alcun dovere se non verso te stessa.”

La vita della giovane protagonista si incrocia poi con quella di Zita, la stiratrice rimasta vedova, madre amorevole che si consuma senza lamentarsi pur di mantenere gli studi della piccola Assuntina. Vi sono poi le ricche donne di casa Provera, che hanno sviluppato un talento per la sartoria al fine non sfigurare di fronte alla nobiltà a cui appartengono senza chiedere denaro all’avaro avvocato Provera: donne abili, ma incapaci di far fruttare il proprio talento per timore dell’apparenza. E infine non poteva mancare la strega cattiva, donna Licinia Delsorbo, una sprezzante e ottusa centenaria, pronta a tutto pur di mantenere integro l’ordine sociale a cui appartiene, simbolo dell’oscurantismo nobiliare attaccato alle tradizioni e incapace di affrontare il progresso.

Incrociamo così le vite e i sacrifici di tante donne capaci di rappresentare i sogni e le aspettative di una categoria umiliata, sacrificata e demolita da una società maschilista e ottusa. Questo nuovo romanzo della Pitzorno è dunque una favola a lieto fine in cui a vincere è proprio il progresso delineato dal profilo dell’animo volenteroso di chi si vuole creare il destino con le proprie mani.

 

 

Bianca Pitzorno, “Il sogno della macchina da cucire”, Bompiani, 2018