CIRCE

Circe la maga. Circe la seduttrice. Circe l’altezzosa. Circe la rifiutata.

«Non mi sorprese come venivo ritratta: la maga altezzosa annichilita di fronte alla spada dell’eroe, inginocchiata a supplicare pietà. Le donne umiliate mi sembrano il passatempo preferito dei poeti. Quasi non possa esistere storia senza che noi strisciamo o piangiamo»

Quando pensiamo a Circe ci vengono in mente tutte quelle accezioni negative che i poemi e le varie riscritture ci hanno tramandato. C’è però un piccolissimo particolare, la maggior parte della letteratura arrivata fino a noi è nata da menti maschili. Ed è così che la dea titanica figlia del Sole diviene in Omero la maga altezzosa che trasforma gli uomini di Odisseo in porci, una sorta di annoiata Femme fatale che attira i poveri marinai nel suo palazzo dorato per rimpinzarli di vino e divertirsi poi nel vederli trasformarsi in sudici animali da fattoria, soggiogando così questi valorosi eroi di ritorno dalla guerra con le maligne arti femminili di seduzione. E il povero Odisseo? Lui verrà risparmiato effettivamente, ma alla corte dei Feaci racconterà che si dovette sacrificare e giacere con lei per far tornare umani i suoi uomini. In realtà è un miracolato del dio Hermes se non venne trasformato anche lui, ma dire la verità purtroppo non è una dote del nostro eroe.
In Ovidio invece Circe diviene il simbolo della donna respinta, dell’amante umiliata che si strazia alla partenza dell’eroe che rinsavito dopo un anno di “passione extraconiugale” decide di tornarsene a casa dalla sua paziente e fedele Penelope. Circe diviene dunque la seconda scelta, come Glauco in passato le preferì la ninfa Scilla, così Odisseo si fa aiutare per discendere agli inferi e poi riparte per Itaca, lasciandola a struggersi a riva. Questo particolare è un abbellimento ovidiano, perché in Omero la dea prepara le navi e non si volta nemmeno a salutarlo con una classe a dir poco invidiabile.
Alla fine anche nella riscrittura moderna di Joyce la povera Circe diventerà una prostituta con cui il protagonista si sottomette a pratiche sadomaso, sottolineandone così i tratti di cinica sfruttatrice delle debolezze maschili. Ma se pensiamo che per Virginia Woolf, Joyce, non era altro che “uno studente a disagio che si gratta i brufoli”, allora la sua Circe non vale molto.

Bisognerà aspettare il poemetto “Circe/Fango” di Margaret Atwood per ridare un po’ di dignità alla dea titanica: così da prostituta divina che trasforma le sue vittime in animali diverrà una sorta di vittima, consapevole di dover deporre e sminuire le sue facoltà per compiacere la mascolinità dell’eroe.

Ma chi era veramente Circe? Nel suo romanzo CIRCE edito Sonzogno, Madeline Miller riesce a restituire la voce ad una donna marchiata dall’ego maschile nel corso della storia letteraria. Attraverso un lungo e avvincente monologo scopriamo la vita e il punto di vista di questa dea dagli occhi dorati e dalla voce simile agli umani, riservata e gentile, sfruttata e umiliata dai suoi familiari, che scopre la potenza della sua natura ma cerca di sfruttarla al meglio. Una peccatrice certo, come tutti gli dei, ma sensibile al dolore, talvolta troppo ingenua, timorosa e obbediente in gioventù, diventerà forte e determinata, astuta e spietata in caso di bisogno. Un romanzo, certo, ma che riesce a rielaborare con sagacia e conoscenza le numerose fonti letterarie, delineando così un ritratto più realistico e lontano dagli stereotipi maschilisti di cui è impregnata la letteratura classica. Come Christa Wolf aveva fatto con Medea, così la Miller riesce a raccontarci la storia e le ragioni di un personaggio femminile controverso il cui mistero ha affascinato i lettori di tutti i secoli.

«Nacqui quando ancora non esisteva nome per ciò che ero. Mi chiamarono ninfa, presumendo che sarei stata come mia madre, le mie zie e le migliaia di cugine. Ultime fra gli dei minori, i nostri poteri erano così modesti da garantirci a malapena l’immortalità. Parlavamo ai pesci e coltivavamo i fiori, distillavamo la pioggia dalle nubi il sale dalle onde. Quella parola “Ninfa”, misurava l’estensione e l’ampiezza del nostro futuro. Nella nostra lingua non significa solo “dea”, ma “sposa”»

La incontriamo piccola aggirarsi in punta di piedi tra il palazzo di Oceano, suo nonno, e quello di Elios, suo padre. Non è come tutte le altre: la sua indole è sensibile, riservata, poco vistosa, decisamente poco divina, quasi ridicola in confronto ai suoi fratelli. Quando a causa delle sue eccentricità sarà esiliata dagli olimpi sull’isola di Eea, sviluppa il suo spirito indipendente, accresce i suoi poteri, studia le virtù delle piante e addomestica le fiere. Scopriamo Circe in tutte le sue sfaccettature: donna appassionata e intelligente, sorella fedele e disponibile, maga temibile e arrabbiata, amante comprensiva e infine madre protettiva e amorevole.

Nelle sue vene scorre il sangue dorato del Sole, nel suo cuore risiede quella capacità di saper vedere oltre le apparenze e sarà proprio questo suo dono a segnare gli incontri che scandiscono il suo destino: l’ingegno di Dedalo, la ferocia del Minotauro, il cuore buono di Arianna, la tragica forza di Medea, la famigerata astuzia di Odisseo e infine la misteriosa e paziente intelligenza di Penelope. La Miller oltrepassa lo stereotipo e ci mostra ognuno di loro nella sua vulnerabile e delicata umanità, al cospetto della maga dagli occhi dorati ognuno di loro è costretto a gettare la maschera e mostrarsi per ciò che è.

«La guardai, vivida nella cornice della mia soglia come la luna nel cielo d’autunno. I suoi occhi nei miei, grigi e fermi. Si dice che le donne siano creature delicate, come fiori, come uova, come qualsiasi cosa possa essere schiacciata in un momento di negligenza. Se mai ci avevo creduto, non era più così»

Circe non è solo la storia di una dea, ma l’elogio della potenza femminile che supera il destino, non teme le avversità e accoglie la vita stessa in tutta la sua meravigliosa imperfezione.

«Ascolto il suo respiro tiepido sull’aria notturna, e in qualche modo mi conforta. Lui non intende dire che non fa male. Non intende dire che non siamo spaventati. Solo questo: che siamo qui. È questo che vuol dire nuotare nella corrente, camminare nella terra e sentirne il tocco sotto i piedi.
È questo che significa essere vivi»

 

 

 

 

 

Madeline Miller, CIRCE, Sonzogno, Venezia 2019 (trad. M. Magrì)