Elizabeth Siddal, l’artista oltre la musa

Era lì per amore dell’arte, era lì perché ci credeva. Le candele messe attorno a lei per mantenere la temperatura cominciarono a spegnersi una ad una e anche se l’acqua si faceva sempre più gelida, in cuor suo sapeva che, in quel preciso istante, lei era veramente Ofelia. Non sentiva più gli arti, il respiro si faceva sempre più debole, eppure non si mosse, tutta questa fatica sarebbe stata ripagata con l’eternità.
Galleggiando in quella vasca da bagno attorniata da petali di fiori sentiva nel suo cuore tutto quel dolore che spinse la dolce innamorata di Amleto ad abbracciare la pazzia e scivolare nelle acque del fiume, sguardo fisso, bocca semi aperta come in procinto di esalare l’ultimo respiro, una posa delle mani di chi attende ancora un abbraccio e i capelli sciolti che diventano parte della natura, le sue labbra sono petali e i suoi occhi boccioli. Quel senso di abbandono e malinconia di Ofelia era quello che provava ogni volta che Dante Gabriel Rossetti fissava la data delle nozze e poi si tirava indietro, ogni volta che si nutriva coi suoi baci e poi giaceva con una delle sue modelle. Perché la trattava così? Era per le sue umili origini? per la sua inquietante bellezza ? o forse perché in lei si celava un animo ribelle e scalpitante di chi l’arte la vuole fare e non solo ispirare? Quando anche l’ultima candela si spense il suo cuore ebbe un lieve sussulto e la giovane Elizabeth Siddal perse i sensi. Era il 1852 quando John Everett Millais terminò la sua “Ophelia”, e l’opera venne esposta alla National Gallery: l’aveva fatto per l’arte, ma la sua salute era ormai seriamente compromessa.

« Ophelia », John Everett Millais, 1851-1852,collezione della Tate Gallery di Londra.

Elizabeth Eleonor Siddal era la terza di otto figli in una famiglia di umili origini,
fu notata mentre lavorava in un atelier da modista nel 1849 dal giovane pittore Walter Howell Deverell che, colpito dalla sua grazia esile e diafana, la scelse come modella per la sua Viola ne “La dodicesima notte”, introducendola così alla neonata Confraternita dei Preraffaelliti.
Con il suo incarnato d’avorio, i lunghissimi capelli ramati, lo sguardo dolce e malinconico incastonato in un volto dai lineamenti fini, Elizabeth, chiamata da tutti “Lizzie”, incarnava perfettamente la donna ideale da ritrarre nelle opere di questi giovani artisti impegnati a rappresentare storie di edificazione spirituale, donne angelicate e svariati temi di ambientazione letteraria e fiabesca. Lizzie cominciò da subito a posare per molti di loro prestando così il suo volto a diverse eroine shakespeariane, angeli, sante, madonne e caste dame dallo sguardo triste, ma regalò il suo cuore al giovane Dante Gabriel Rossetti, un amore così passionale e tormentato da diventare immortale, non si sposeranno fino al 1860 e la giovane, dopo un aborto e l’ennesimo tradimento del marito, si tolse la vita l’11 febbraio 1862, all’età di 32 anni.

Ma oltre l’amore tormentato e la musa/modella angelicata, dietro quello sguardo apparentemente triste si nascondeva un guizzo creativo che la portò a scrivere poesie e imparare a dipingere. Una scintilla creativa che il critico John Ruskin colse al volo e per incoraggiare il suo talento artistico, decise di offrirle nel 1855 una rendita annua di centocinquanta sterline, permettendole così di frequentare corsi d’arte e viaggiare a Parigi e a Nizza per curarsi: Lizzie era ufficialmente un’artista. Nel 1857 la Siddal espone per la prima volta al salone dei preraffaelliti alcuni disegni e un ritratto ad olio: un volto leggermente di tre quarti, gli occhi vigili e curiosi, le labbra chiuse in un broncio serio e regale… decisamente diversa dalla posa languida e indifesa con cui la rappresentava Rossetti.

Autoritratto di Elizabeth Siddal, olio su tavola, 1854

Di lei ci restano circa centocinquanta opere tra disegni e acquerelli, e tre dipinti a olio, ma come avevo anticipato questa donna poliedrica si cimentò anche nella poesia. Fu così che, qualche anno dopo la morte di Dante G. Rossetti, il fratello William Michael Rossetti, decise di rendere omaggio all’arte della Siddal pubblicando un saggio su di lei, per poi raggruppare e pubblicare nel 1906 i suoi quindici componimenti poetici. Una poesia intima e straziante, dai tratti panteistici e dai toni disillusi in cui si percepisce il dolore che perseguitava la giovane artista.

In “A Silent Wood” si può notare l’unione morale e fisica con la natura, una natura apparentemente spaventosa, che però riflette l’oscurità che si cela nella sua anima.

A Silent Wood

O silent wood, I enter thee
With a heart so full of misery
For all the voices from the trees
And the ferns that cling about my knees.

In thy darkest shadow let me sit
When the grey owls about thee flit;
There will I ask of thee a boon,
That I may not faint or die or swoon.

Gazing through the gloom like one
Whose life and hopes are also done,
Frozen like a thing of stone
I sit in thy shadow but not alone.

Can God bring back the day when we two stood
Beneath the clinging trees in that dark wood?

Un bosco silenzioso

Oh bosco silenzioso, ti attraverso
con un cuore così gonfio di tristezza
nonostante il vociare degli alberi
e le felci che si stringono attorno alle mie ginocchia.

Lasciami sedere nella tua ombra più scura
dove i gufi grigi ti svolazzano intorno;
lì ti chiederò una benedizione,
che io non possa svenire o morire o andare in estasi.

Fissando lo sguardo oltre l’oscurità come una
cui vita e speranze sono giunti al termine,
gelida come un pezzo di pietra
mi siedo nella tua ombra ma non sono sola.

Può Dio riportarmi al giorno in cui noi due restavamo
sotto gli alberi abbarbicati in questo bosco?

In “Dead Love” invece le preghiere lasciano il posto al dolore e al disincanto, la Siddal non spera più, il suo cuore si è fatto pietra e non lascia più spazio alla felicità di chi sa sognare.

Dead Love

Oh never weep for love that’s dead
Since love is seldom true
But changes his fashion from blue to red,
From brightest red to blue,
And love was born to an early death
And is so seldom true.

Then harbour no smile on your bonny face
To win the deepest sigh.
The fairest words on truest lips
Pass on and surely die,
And you will stand alone, my dear,
When wintry winds draw nigh.

Sweet, never weep for what cannot be,
For this God has not given.
If the merest dream of love were true
Then, sweet, we should be in heaven,
And this is only earth, my dear,
Where true love is not given.

Amore finito

Oh non piangere per un amore che è finito
siccome l’amore di rado è veritiero
ma cambia la sua foggia da blu a rosso,
e dalla vivacità del rosso al blu,
l’amore è nato per una morte precoce
ed è così raramente vero.

Perciò proteggi il tuo bel viso dai sorrisi
per vincere il più profondo dei sospiri.
Le più dolci parole sulle labbra più sincere
si spengono e dolorosamente muoiono,
e tu starai da sola, mia cara,
quando i venti gelidi disegnano la notte.

Tesoro, non piangere per ciò che non può essere,
per ciò che Dio non ti ha concesso.
Se il più piccolo dei sogni d’amore fosse vero
allora, tesoro, dovremmo essere in paradiso,
ma questa è solo la terra, mia cara,
dove il vero amore non è concesso.

La bellissima musa malinconica riaprì gli occhi mentre Millais preoccupato cercava di rianimarla, il gelo le penetrava le ossa, ma il quadro era perfetto. Lei era Viola, Ofelia, Beatrice, era Lia in Purgatorio e la regina di cuori del suo amato Dante, ma soprattutto lei era un’artista. Era lì per amore dell’arte, solo per questo.