Il silenzio delle ragazze

Cantami o Diva, del Pelide Achille l’altra storia, quella silenziosa delle donne troiane, quella in cui il feroce eroe si scelse la regina di Lirnesso come bottino di guerra per farne la sua concubina.

Narrami l’atroce destino di quelle donne che hanno visto morire i propri padri, mariti, fratelli e figli maschi proprio sotto i loro occhi per poi essere spartite come oggetti e animali tra i soldati; stuprate, scambiate, umiliate e picchiate come se non avessero un’anima, perché le donne non pensano, alle donne spetta solo il silenzio.

Raccontami questa guerra combattuta da eroi e sostenuta dagli dei, attraverso gli occhi rabbiosi di Briseide, che ingoia il suo dolore, notte dopo notte, giacendo nel letto del divino figlio di Peleo, che di divino non ha proprio nulla, fuorché la madre. Un guerriero feroce e vanitoso, che sotto la splendente armatura nasconde un grumo di lacrime amare, più simile a un moccioso viziato e piagnucoloso, che a un potente guerriero.

Mostrami qui, tutta l’umanità (e disumanità) di questo semidio corrotto dal lusso e dalla vanità, che smania grandezza e poi vendetta, che non conosce il valore dell’amore finché non affronta il dolore della perdita, che non ascolta nessuno eccetto la sua voce e che quando comprende il valore della vita è ormai troppo tardi.

Questa volta, o Musa, fammi ascoltare la voce di chi nell’Iliade non aveva diritto di parola, cantami la storia delle uniche grandi vittime: le donne.

Ebbene, la Musa divina, protettrice delle parole ha accolto le nostre richieste, invece di lasciare il racconto a un cantore cieco e maschilista ha affidato l’arduo compito di sciogliere i nodi del poema epico più famoso al mondo alle abili mani di una scrittrice britannica finalista del Women’s Prize of Fiction. Ne “Il silenzio delle ragazze” (Einaudi 2019) Pat Barker riscrive magistralmente la guerra di Troia attraverso la voce di Briseide, le cui parole rompono un silenzio ingombrante, ovattato da una pesante aura di devozione e falso amore. La giovane regina di Lirnesso, i cui fratelli sono stati trucidati dallo stesso Achille insieme al marito, che nell’Iliade piange disperata sul cadavere di Patroclo, rimpiangendo le parole di conforto dell’eroe che voleva convincere l’amico a sposarla per vederla così moglie del Pelìde, in realtà disprezza il suo padrone, prova disgusto e dolore nel giacere con lui.

«Rimasi sdraiata in quel letto a odiarlo, benché ovviamente lui avesse soltanto esercitato un suo diritto. Se il suo premio d’onore fosse consistito nell’armatura di un nobile eroe, sarebbe stato altrettanto impaziente di provarla: sollevare lo scudo, impugnare la spada, valutare il peso e la lunghezza, menare un paio di fendenti nell’aria. Con me, fece la stessa cosa. Mi provò.»

E dal disgusto non può nascere l’amore, ma odio; così se nella terza lettera delle “Heroides” Ovidio ci mostra una Briseide che supplica Achille di liberarla da Agamennone, giurandogli amore e sottomissione, nella versione della Barker la schiava si limita ad osservare da lontano l’ira dell’eroe, stremata dalle violenze subite, avanza fiera e furiosa attraverso il campo degli Achei senza versare una sola lacrima.

«Il grande Achille. Il luminoso, splendido Achille; Achille simile a un dio. Montagne di epiteti che le nostre labbra non hanno mai pronunciato. Per noi era solo un macellaio.»

Il suo cuore è un vulcano in eruzione, ma quelle lacrime d’amore descritte da Ovidio, vengono qui abilmente sostituite da un forte desiderio di vendetta. Così Briseide recita una quotidiana preghiera silenziosa ad Apollo, invoca la peste sui suoi nemici versando il vino alla loro tavola tra un sorriso forzato e l’altro, giace inerme con l’eroe sperando, ogni volta, che finisca in fretta.

Questo romanzo, in certe occasioni forse brutalmente moderno, ci schiaffeggia come un grido di dolore corale, attraversa i secoli raccogliendo le lacrime di ogni singola donna umiliata e stuprata nel corso di tutte le guerre e ci urla in faccia l’atroce silenzio delle ragazze.

Pat Barker “Il silenzio delle ragazze”, Einaudi, Torino 2019 (traduzione di Carla Palmieri)